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Allora, diciamocelo, non è il Rossini migliore, però ci sono dei momenti veramente indovinati, e un paio di arie tra le più belle che ha scritto.
Dopo che vi ho fatto una testa così di quanto sono bravi a Londra a mettere in scena le opere, questa mi ha deluso. Regia cervellotica e intellettualoide, globalmente incomprensibile.
La storia, vi ricordo, è un’assurdità totale che si svolge nella Scozia del 1500, con un re che cerca di unificare il Paese e clan di ribelli che si oppongono e le prendono di santa ragione. La donna del lago, Elena, è figlia di uno di questi ribelli (Duglas, notare lo spelling), che l’ha promessa in sposa al guerriero più valoroso del clan (Rodrigo, tipico nome scozzese), mentre lei è innamorata di un altro guerriero, Malcolm (interpretato da una donna en travesti). Nel frattempo il re in incognito, sotto il nome di Uberto, si innamora di lei e la insidia. Alla fine il clan perde la guerra, Rodrigo muore, il re perdona tutti e Malcolm ed Elena si amano.

La messa in scena era come se la storia fosse rappresentata in una sorta di club per gentlemen del primo Ottocento, per cui nel proscenio c’erano sempre troppi signori in marsina nera e tuba che guardavano la “rappresentazione”, a volte cenando, a volte commentando. Mi sfugge il perché. I personaggi del dramma erano come racchiusi in teche di vetro da cui uscivano per dire la loro.  Questo distanzia gli spettatori veri (noi) dalla storia, che è già così strampalata da non averne certo bisogno. Insomma l’idea non funziona, secondo me.

Inoltre c’erano idee un po’ troppo ribadite: un vestito da sposa che rappresenta l’oppressione di Elena e che lei continua a mettersi e togliersi in scena per quasi tutto il primo atto e dopo la quinta volta viene a noia.

I guerrieri scozzesi sono delle specie di uomini di Neandertal brutti sporchi e cattivi, che è anche una buona idea, ma insomma dopo una ventina di minuti di pseudo-stupri di guerra uno sbadiglia.

Bella la scena in cui si preparano alla battaglia dipingendosi la faccia e le mani col sangue di un montone sgozzato, molto d’effetto.

Direttore d’orchestra il giovane Michele Mariotti (direttore stabile di Bologna?), che ha diretto con piglio e autorità. Ero in seconda fila, quindi lo vedevo bene 🙂 Attacchi sicuri, tempi perfetti, grande aiuto al coro che in più di un punto è rimasto un pochino indietro. L’orchestra, come sempre, precisissima e godibilissima, dei corni da mettere su un piedistallo uno per uno. L’opera prevede anche numerosi momenti con l’orchestra in scena, che ha partecipato all’azione con grande professionalità, facendo la sua figura.

Cantanti: nemmeno nei più audaci sogni di Rossini si poteva mettere insieme un cast così.

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Joyce Di Donato e Juan Diego Florez

Elena, la donna del lago, era interpretata da Joyce Di Donato. Una voce superba, un comando totale delle agilità e un coraggio da leone. Ha fatto delle cose da far tremare i polsi a qualunque soprano, e lei è una mezzo. Il suo Tanti affetti alla fine dell’opera è stata una delle cose più incredibili che io abbia mai ascoltato dal vivo.

Uberto, il re in incognito, era Juan Diego Florez, che io lo so che mi ripeto, ma migliora! Migliora ogni volta! Lo squillo, il vibrato veloce e rotolante, sono sempre lì, sempre più belli, e nel frattempo la voce si riempie, si scurisce un po’ nel registro più basso, mentre le agilità sono sempre più sicure e gli acuti sempre più impressionanti. Lui e la Di Donato hanno dato una lezione di bel canto magistrale: il loro primo duetto una serie di tutte le cose che bisogna fare giuste in Rossini, tutte, nessuna esclusa. Due cantanti nati e vissuti per Rossini, non temo smentita se dico che nessun altro al mondo in questo momento può fare Rossini meglio di loro.

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Daniela Barcellona

Malcolm era Daniela Barcellona, una signora alta quasi due metri e giunonica, che il regista ha pensato bene di conciare con un kilt sbrindellato e i capelli scarmigliati, una cosa che rasentava il mobbing. Non si può trattare una signora così. Entra in scena questa specie di cosa, tu fai appena in tempo a sgranare gli occhi, a cui non credi, e questa, senza la minima introduzione, attacca Mura felici, una delle arie più belle e più difficili del Gioacchino (altro che Celeste Aida, queste sono entrate in scena da terrore).

Digressione tecnico-filosofica

La voce della Barcellona ha un fondo di contralto rossiniano molto virile e potente, solido, con grande proiezione. Salendo, dopo il primo passaggio, la voce prende di metallo, ma non il metallo dei campanellini dorati di Florez e della Di Donato, bensì il metallo della portiera di una FIAT 127 che sbatte (SDENG!). Questo timbro un po’ sgradevole fa presagire degli acuti stile batteria di coperchi che cascano in terra, e invece, al passaggio successivo (al di sopra di una nota precisissima, che non so qual è perché notoriamente ho l’orecchio assoluto di una cozza), MIRACOLO! la voca si apre, sboccia, si arrotonda, si colora di ocra e di rosso mattone in acuti sopranili di timbro bellissimo.

Il tutto viene tenuto insieme da una tecnica impressionante: un supporto solidissimo (il diaframma della Barcellona potrebbe smuovere le montagne), una respirazione perfetta, che le donano delle agilità sicurissime, una coloratura meravigliosa.

Daniela Barcellona è la dimostrazione vivente che non ci si deve lasciar sopraffare dai difetti di una voce; i difetti non vanno accettati, e nemmeno combattuti a capocciate. Bisogna indirizzarli, sedurli, trascinarli per i capelli, cantare attraverso di loro, guidati da una tecnica solida e affinata in anni, che è l’unica possibile salvezza di una voce non perfetta, ma affascinantissima.

Che poi è anche un’ottima metafora della vita.

Insomma, la Barcellona è stata eccelsa in un’aria difficilissima. Dopo quell’impresa era il guerriero scozzese più credibile che ci fosse in scena.

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Michael Spyres

Rodrigo era il tenore Michael Spyres, che tutti magnificano e a me mi ha lasciato un po’ lì. Cioè no, un momento, ha una voce con un centro molto bello e molto forte, e ha anche degli acuti altissimi, ma il problema è che negli acuti se la fa un po’ addosso, nel senso che gli escono un po’ falsettini e un po’ piano. Per carità, ce ne fossero, ma a me non ha entusiasmato.

Insomma, messa in scena così così, orchestra sublime e cantanti stellari. Però, porca miseria, le puntature acute!! Non si fa la puntatura acuta in Rossini, non si fa!!! Mannaggia a loro.

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Un pensiero riguardo “La donna del lago – Royal Opera House

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