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Sono emozionatissima e non riesco a dormire, quindi vi mando la recensione subito. Lei era Cecilia Bartoli, di cui io mi sto innamorando sempre di più. Ribadisco (come vi avevo detto dopo l’Otello a Parigi) che secondo me come mezzo-soprano rossiniano lei da il meglio di sé, pur rimanendo ottima in Haendel.

La sua voce di mezzo è semplicemente stupenda, oro liquido, quando canta le parti da soprano ci se la perde un po’. E poi nelle parti da mezzo si sente un’altra caratteristica splendida della sua voce: l’uniformità.Passa dalle note sotto il do centrale agli acuti sopranili con un’uniformità di timbro incredibile. Nell’aria finale ha fatto di tutto e di più, variazioni originali, scale cromatiche, un trillo che mi ha fatto piangere, perché non si può fare un trillo cosi perfetto. Non è umano. (Sì, sì, lo so, fa le smorfie, fa le mossette, ho capito. Tra l’altro, fa sempre più smorfie. Pazienza, eh.)

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La messa in scena era banalotta, ma i costumi molto belli (v. le sorellastre col padre alla festa) e la regia veramente divertente. Tutti i cantanti recitavano molto bene, e si sono prodotti in gag molto buffe. La Ceciliona nel primo atto correva di qua e di là che non si sa come facesse a cantare. Un’altra riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che non è necessario inventarsi chissa cosa per mettere in scena delle opere decenti.

L’ottima orchestra dell’opera di Zurigo era diretta da Giancarlo Andretta, che é il direttore dell’opera di Göteborg in Svezia, e ha fatto un lavoro egregio, suonando anche il clavicembalo nei recitativi. Overture bellissima, con uno dei crescendi rossiniani più belli che ho mai sentito, senza crescere troppo in fretta, con una gradualità perfetta… se non fosse che poi si é un po’ cagato addosso (con licenza parlando) perché al fortissimo non c’è arrivato. Cioè dopo un crescendo cosi perfetto uno si aspetta l’esplosione del fortissimo e invece l’impressione era un po’ del fuoco artificiale bagnato che fa “pif”. Anticlimatico a dir poco. Però insomma ha fatto un ottimo lavoro, specialmente a tenere insieme tutti nei concertati, che sono tre, e tutti difficilissimi.

Il principe era Lawrence Brownlee, finalmente lo sento dal vivo! Ha una voce stupenda! Il timbro è caldissimo, tondo, morbido, l’emissione molto tecnica, sul fiato, come si deve. Ha anche un bel volume, e degli acuti sicurissimi ed entusiasmanti. Cosa gli manca? Il metallo. Pochissimo metallo, il che a me non da particolarmente fastidio, però, oggettivamente, gli acuti non squillano abbastanza. E senza una buona dose di squillo non ti senti tremare le ossa della testa, e non ti vengono le farfalle nello stomaco, e non ti viene da correre sul palco e baciarlo con passione (o qualcosa del genere, insomma avete capito). Però, ragazzi, che voce, che interpretazione! Fa anche delle raffinatezze come dei diminuendi coi suoni filati su note molto acute, un lusso. Rossini gli si addice moltissimo, secondo me, ha delle agilità sicure, e degli acuti abbiamo già detto. Nella fattispecie, la sua voce è in un certo senso simile a quella della Bartoli, quel timbro di velluto, quindi si complementavano meravigliosamente. Il duetto del primo atto perfetto. Nota di colore: è un po’ troppo americano. Ha una gestualità americana, a volte si nota e fa sorridere.

Don Magnifico era Carlos Chausson, che avevo gia sentito come Don Bartolo nelle Nozze di Figaro dirette da Gardiner (mica pizza e fichi) e mi era piaciuto tantissimo. Si è confermato! Finalmente un basso buffo che non bercia! Non vedo l’ora di sentirlo come Don Bartolo (o forse Basilio?) nel Barbiere, secondo me farebbe faville. Ha un’impostazione ottima, che, davvero, per i bassi rossiniani è una rarità.

Dandini era Oliver Widmer e non mi è piaciuto un granché. Gli manca la tecnica, fa le agilità di gola e respira male. Per fortuna non stona per ora, è giovane, diamogli tempo, invecchiando stonerà. Ho poi scoperto che è il marito della Bartoli…

Alidoro era un gigante cinese che ha deciso di fondere il suo nome e cognome in un tutt’uno: Shenyang. Voce rotonda, tecnica e molto potente, mi è piaciuto veramente tanto. Ha solo trent’anni e lo terrò d’occhio.

Le due sorellastre, Liliana Nikiteanu e Martina Jankova, completavano un cast da leccarsi i baffi, sostenendo i concertati con precisione e cura, e la giusta dose di recitazione esagerata.

Un’osservazione: tutti i cantanti, compreso il coro, sembravano divertirsi da pazzi. È una cosa trascinante, molto contagiosa. Bravissimi tutti, e bravissima Cecilia!

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