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La ragione di questo viaggio fino a Monaco è stata Anja Harteros. L’avevo sentita a Londra nel Don Carlos e mi aveva fatto un’ottima impressione, una voce veramente verdiana, e così ho voluto sentirla nel trovatore, che, secondo me, ha le arie più belle, più difficili, e più verdiane che Verdi abbia scritto per soprano. Non sono rimasta delusa! La ragazza ha studiato. Ma tanto. Parte da una base fantastica: una voce scura, morbida, con tutti gli acuti coperti, di natura. Ma ragazzi, un legato… un legato che fa sdilinquire, naturale, “semplice”, meraviglioso. In D’amor sull’ali rosee ha veramente fatto venire la pelle d’oca a tutti. È così facile fare male quest’aria, glissare per arrivare sugli acuti sembrando Patty Pravo, o saltarci sopra come una gallina. Volarci sopra, legando senza glissare, lasciandoli coperti e scuri, e forti, e pieni, è un’arte a cui poche arrivano. Inoltre, la ragazza ha chiaramente studiato la Callas; non che la imitasse, ma nei recitativi, e nella scena finale, in cui muore, si sentiva aleggiare la Maria (non sto facendo paragoni, sto dicendo che la Harteros ne ha studiato l’interpretazione; o forse no, è difficile fare Leonora senza pensare alla Callas, anche inconsciamente). Il suo “prima che d’altri vivere io volli tua morir” ha spremuto la lacrimina. Brava Anja! La eleggo cantante verdiana della sua generazione (la Radvanovsky deve morire scamazzata, quell’oca strillona).

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Locomotive!

La messa in scena era demenziale, al solito, ma tutto sommato gradevole. Lo stile era “steampunk”, per informazioni si prega gugolare. Locomotive a vapore, ingranaggi meccanici e costumi dark/gotici/punk.

La madre di Azucena, la zingara bruciata come strega vent’anni prima che mette in moto tutta la tragedia, era in scena quasi sempre, un’attrice “discinta e scalza” (appunto) che, con la sua presenza opprimente, ricordava continuamente di cosa stiamo parlando in quest’opera. A tratti, in scena anche una versione giovane di Azucena, “col figlio tra le braccia”. Questo funzionava abbastanza, dava il giusto tono tragico alla storia, continuamente. Poi, scelte incomprensibili, tipo: Leonora è cieca. Ora, niente di male, ma la domanda sorge prepotente: PERCHÉ!??? non si capisce. Oppure, un’insistenza sulla religione, il monaci che cantano il “miserere” con le cappe bianche e i cappucci, come i penitenti della settimana santa (o i membri del Ku Klux Klan), croci gigantesche in fiamme (forse era davvero un riferimento al Ku Klux Klan?), ma anche croci non in fiamme, insomma, secondo me ci sta come i cavoli a merenda: il rogo di Azucena, o di sua madre, non aveva origini religiose, ma di superstizione, e di vendetta, non è mica l’autodafè del Don Carlos. Tutta ‘sta insistenza sulle croci mi è parsa fuori luogo.

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Anna Smirnova

Azucena era Anna Smirnova, una voce tipicamente slava e metallica. Io non ci vado pazza per le voci slave e metalliche, ma devo dire che la Smirnova ha condotto in porto la sua Azucena con grande maestria. Prima di tutto ha un vocione che fa paura; poi è molto uniforme, non ha quei passaggi sgradevoli in voce di petto in cui si producono spesso le slave metalliche, e poi riesce a negoziare acuti notevoli, e non stridenti. Insomma, ha una buona tecnica. Ottima attrice, la sua scena madre (in cui racconta di aver bruciato suo figlio) veramente terrorizzante. Il pubblico ha gradito, sostenendola con un boato all’uscita finale, secondo solo a quello della Harteros.

Yonghoon Lee è un tenore coreano che si può definire veramente “spinto”. Una voce d’altri tempi, sembra di sentire quei tenori bercioni nelle registrazioni degli anni 50, solo che, oggigiorno, ovviamente lui ha molta più tecnica e non bercia. Ha uno squillo fenomenale, peccato che ha un po’ solo quello. È partito malino, probabilmente un po’ nervoso, nella serenata iniziale (molto scoperta, in verità) aveva anche problemi di intonazione, che si sono risolti molto in fretta. La cosa più infastidente è che sembra che faccia una fatica come le bestie a parlare italiano, gli si intorcina la lingua, non è per nulla naturale (sì, lo so “ti vorrei vedere te a cantare in coreano”). Cioè poi le vocali escono tutte eh, ma rimane un senso di inciampo, di fatica immane. Dopo un po’ ti ci abitui e ci fai meno caso, ma…. Comunque buono eh, per carità, avercene, dei tenori con degli acuti così. La pira l’hanno tirata giù di mezzo tono, ma qualcuno ricorda una pira in Do in teatro, negli ultimi 30 anni? o 40?

Il Conte di Luna era Vitaliy Bilyy, un’altra voce slava e metallica, ma con meno tecnica della Smirnova. Il risultato è un bel vocione, ma il legato è così così, e le agilità sono tutte e sole di glottide (ga ga ga ga ga ga ga). A me non è piaciuto un granché, non tanto da fargli buuuuu ma non l’ho applaudito. Sono sicura che se n’è accorto e mediterà profondamente sulle sue pecche vocali.

Ah, l’orchestra. Ecco, io l’orchestra a Monaco non la sento mai, direi che questo è già un segno. Non mi lascia mai nessuna impressione, altro che di un solido, onesto accompagnamento. Il direttore, Paolo Carignani, è molto bravo a sostenere i cantanti, ad aspettarli e a lasciarli cantare, che ovviamente è importantissimo, però è un po’ tutto lì ecco.

Menzione speciale per il coro! I cori sono stati forse i momenti più entusiasmanti, con un coro delle incudini (alias “la zingarella”) veramente fenomenale. Cioè una cosa così arcinota, sentita e risentita un milione di volte, mi ha lasciato un’impressione veramente notevole. Un “miserere” da brividi, grande interpretazione. Bravi!

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