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Il Festival all’opera di Monaco si apre con una serata di gran lusso: Tosca, con un cast difficile da superare, di questi tempi. È stata una serata di musica meravigliosa.

La messa in scena, ho scoperto con orrore, era quella di Luc Bondy che ha sostituito al MET, a New York, la famosissima produzione di Zeffirelli, durata circa 30 anni. Al MET Bondy è stato massacrato, la gente gli ha tirato i pomodori. Io l’avevo vista allora, nel 2009 a New York, con Karita Mattila, e non mi era piaciuta molto, anche se, sinceramente, le reazioni delle vedove di Zeffirelli mi erano sembrate eccessive.

Rivista oggi, mi è sembrata ancora più brutta, anche se meno estrema (nel frattempo ho visto cose…). La cosa più criticata e più ridicola è stata cambiata: nella produzione originale Tosca urla Scarpia, davanti a Dio! e si arrampica dentro una torre (quindi sparisce alla vista) e poi un manichino vestito come lei viene fiondato dall’alto della torre. No comment. Invece qui Tosca si butta dagli spalti, come da copione.

Un’altra cosa criticatissima è invece rimasta: all’inizio del second’atto, mentre Scarpia canta il suo monologo (Tosca è un buon falco), dà istruzioni a Sciarrone, e ascolta il resoconto di Spoletta (Della signora seguimmo la traccia), ci sono nel suo salotto tre signorine discinte che lo “intrattengono”, per fortuna evitando volgarità eccessive, che invece non ci furono risparmiate a New York. Le signorine scompaiono all’arrivo di Cavaradossi, grazie al cielo.

In generale, messa in scena povera e scarna, e un’idea originale non orribile (una eh): Tosca, dopo l’omicidio di Scarpia, apre la finestra e ci sale sopra, come a volersi buttare, una premonizione del suicidio finale. Poi cambia idea, torna indietro, prende il salvacondotto ed esce. In generale, rispetto ad altre produzioni che ho visto, si cerca di comunicare che questo omicidio ha veramente sconvolto la povera Tosca: anche in seguito, quando lo racconta a Cavaradossi, è distrutta e disperata.

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Kirill Petrenko

L’orchestra era diretta da Kirill Petrenko, e ha fatto un lavoro egregio. A volte mi sono lamentata della “freddezza” dell’orchestra di Monaco (anche se mi aveva favorevolmente impressionato ne La forza del destino), ma sabato sera ha veramente superato sé stessa. La sensazione era di una macchina perfetta, travolgente e inarrestabile. Il direttore ha veramente messo grandissima passione nella musica, e ha interpretato perfettamente la visione “totale” pucciniana, di un’opera come un tutt’uno, uno sviluppo musicale senza interruzioni, in un crescendo tematico d’ispirazione wagneriana. Il risultato è stato impressionante, e infatti il pubblico è rimasto impressionato e attonito, senza osare interrompere lo tsunami di musica con applausi inopportuni a scena aperta. E vi assicuro che non è stato per noia o poca partecipazione, perché alla fine del prim’atto sembrava di essere allo stadio (e ciò nonostante, nessuno è uscito a prendere gli applausi: grandi, non sopporto le uscite tra un atto e l’altro).

L’unico applauso a scena aperta è stato dopo Vissi d’arte, che la Harteros ha interpretato magnificamente, con un legato meraviglioso e una voce potente e dolcissima, facendomi piangere. Lì, Petrenko si è fermato e ci ha lasciato applaudire e urlare (va detto che lì c’è una delle poche pause nel flusso della melodia).

E veniamo al cast migliore del momento!

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Anja Harteros e Bryn Terfel nel secondo atto

Anja Harteros, prima di tutti e sopra tutti! Io adoro questa donna, che andrebbe sentita anche quando canta la Biritullera. La sua voce è perfetta e meravigliosa, sia nella tecnica, sia nel timbro, e io mi sciolgo ogni volta. Detto questo, secondo me il suo repertorio naturale è Verdi, e non Puccini. Nel primo atto mi è sembrata non perfettamente a suo agio (un po’ di nervosismo? in fondo era la Prima). L’ho sentita respirare un po’ di più del solito, e nei punti in cui Puccini richiede “la grande frase di ampio respiro” (Ei vede ch’io piango, per esempio) sembrava un po’ al limite delle sue possibilità. Si è magnificamente rifatta nel seguito. Nel second’atto ha dato grande prova, con un Vissi d’arte degno di qualunque regina del passato, per non parlare del presente (la Radvanovsky deve morire scamazzata). Bravissima attrice, si è scalmanata al punto giusto, ha inveito senza strillare, ha pianto senza singhiozzare, che fantastica cantante-attrice. Un do della lama da brividi, una potenza, una perfezione.

Cavaradossi era Jonas Kaufmann! Perfetto nella parte, semplicemente perfetto. A lui Puccini sta come un guanto, ci sguazza, ci si sbrodola. Il suo Puccini non è mai eroico, Kaufmann è un raffinato esteta musicale, e la sua passione sono le piccole cose, le mezze voci, i diminuendi improvvisi, le dolcezze nascoste. La sua voce si adatta perfettamente al sadismo di Puccini, e lui si gioca tutte le carte che ha per farti soffrire. Con questo non voglio dire che abbia una voce piccola o poco presente: il suo Vittoria! è stato veramente potente e convincente, così come il Tosca, sei tu! alla fine di Recondita armonia. È solo che si bea della sua propria raffinatezza ecco. Il gigioneggiamento è dietro l’angolo, ma ancora non in vista.

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Bryn Terfel prima del Te Deum

Bryn Terfel, nella parte di Scarpia, è stato la sorpresa più bella di tutta la serata. Harteros e Kaufmann uno se lo aspetta, che siano splendidi, ma su Terfel avevo qualche dubbio, dovuto ad ascolti di registrazioni recenti, in cui sentivo un sacco di acuti col salto, e una resa un po’ ghiozza. Signori miei, quanto mi sbagliavo. È proprio vero che i cantanti vanno sentiti dal vivo. Una meraviglia! Una voce potente, morbida e intonatissima. Una tecnica forse non perfettissima, ma comunque una voce supportata in modo giusto e soprattutto un’interpretazione, un’attenzione ai dettagli psicologici incredibile. Nel prim’atto ha rubato la scena a tutti! Il suo Scarpia è (soprattutto nel primo atto) chiaramente una vittima di sé stesso. Quando Tosca si mette a piangere (Ed io veniva a lui tutta dogliosa) lui ha un moto di compassione, di pietà, un attimo di empatia in cui la vuole accarezzare e consolare. Le sue galanterie sono più sincere del solito, e si ha l’impressione che lui sia veramente innamorato di lei. Il monologo finale (Va’, Tosca) strepitoso. Ancora una volta si sente quasi la sua sofferenza, la sua stessa cattiveria lo rode da dentro. La frase d’amore (tra le mie braccia illanguidir d’amor) è una vera frase d’amore, e il finale (Tosca, mi fai dimenticare Iddio) un urlo disperato di chi non riesce a controllare le proprie passioni. Il segno della croce che si fa prima di iniziare il Te Deum gli muore fra le mani, non riesce a completarlo, straziato dalla propria ipocrisia e malvagità.

Nel second’atto la sua interpretazione è più tradizionale, del resto così l’ha scritto Puccini. Il suo sadismo prende il sopravvento e lo travolge, e lui ci sguazza dentro come un maiale nel fango. Tra l’altro, fisicamente, è un omone grande e grosso, il che aiuta l’azione drammatica, perché la Harteros non è esattamente uno scricciolino, e lui la sovrasta di mezza testa, la solleva e la scaraventa sul divano mentre lei lo piglia a manate e scalcia per aria. Il tutto mentre cantano meravigliosamente. Grande Terfel!!

Insomma, una serata indimenticabile. Dubito di riuscire a vedere una Tosca migliore, nella mia vita. ma mai disperare!

 

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