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Rameau si conferma un compositore che adoro. Il suo stile personalissimo è fatto di cadenze riconoscibilissime, armonie peculiari, e una sorta di “semi-trillo” o “pre-trillo” nella voce, che, quando è eseguito bene, è semplicemente adorabile.

Seguono alcuni esempi.

Trillo, Ilia Mazurov, da Castor et Pollux
Trillo, Elodie Kimmel, da Dardanus
Cadenza, Mathias Vidal, da Hippolyte et Aricie
Cadenza, Anne-Catherine Gillet, da Hippolyte et Aricie

Il Festival dell’opera di Monaco di Baviera mette in scena una nuova produzione di Les indes galantes, una produzione, a mio giudizio, bruttissima, di Sidi Larbi Cherkaoui. Ma per spiegarmi devo raccontarvi un po’ cos’è quest’opera. Composta nel 1735, rende perfettamente conto dell’atteggiamento dell’Europa nei confronti del Nuovo Mondo appena scoperto, e delle altre culture, con cui era sempre più in contatto, all’inizio dell’epoca coloniale. Un tema interessante, e pericolosissimo, di questi tempi. L’opera, come spesso nel barocco francese, è infestata di balletti, un continuo di danze che non dà tregua. Nel prologo Ebe, dea della giovinezza, organizza una festa per celebrare l’amore, e vi prendono parte i suoi seguaci europei, che cantano e ballano. Arriva Bellona, dea della guerra, che chiama i giovani a combattere, invece di deliziarsi cantando e ballando. Ebe invoca Eros, e gli chiede di convincere i ragazzi a seguire l’amore. Eros dichiara che l’Europa è ormai perduta all’amore, e il vero amore si può trovare solo tra i popoli “primitivi”. Seguono quattro quadri, senza una trama unica, in cui si sviluppano temi amorosi in Turchia, tra gli incas, tra gli arabi e infine tra i nativi americani. Le quattro storie sono abbastanza insulse, ma in tutte l’amore trionfa, e la tesi è che solo questi popoli più vicini alla natura riescono a capire il vero amore, ormai disprezzato e negletto in Europa.

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Lisette Oropesa, maestra elementare/dea Ebe/Zima

Cosa ha pensato il nostro eroico regista? Nel prologo Ebe è una maestra elementare, e insegna a dei bambini (adorabili, in verità) che sventolano bandierine dell’Unione Europea. Arriva Bellona, un fantastico Goran Jurić, vestito da donna-generale, con un seguito di uomini che sventolano bandiere degli stati nazionali europei, e si porta via tutti i bambini maschi, che la seguono a passo di marcia.

Seguono quattro quadri “esotici” così concepiti.

La “Turchia” è un luogo non ben precisato, in cui i cantanti, e vari ballerini, fanno parte di sorte di tableau vivant in teche che vengono trascinate in giro da altri ballerini. Nell’episodio degli incas, uno dei personaggi è un sacerdote che cerca di impedire l’unione di una principessa inca e un capitano spagnolo, quindi il Nostro ha pensato bene di rappresentarlo come un prete cattolico che va a giro su un hoverboard (v. foto). Tutto l’episodio è in una chiesa cattolica, e l’eruzione finale del vulcano non si sa bene cosa dovrebbe rappresentare. Con la Persia si torna ai tableau vivant, non troppo offensivo a dire il vero, ma il picco è alla fine, dove i nativi americani sono rappresentati da rifugiati che arrivano con pacchi e tende, accampati nella scena iniziale, con la scuola e i bambini. Nella storia, Zima, una nativa, rifiuta l’amore di due europei (giudicati instabili e gelosi), per accettare invece la corte di Adario, della sua tribù, che è capace di una amore più puro. Invece qui “Zima” è la stessa Ebe del prologo, vestita uguale, quindi europea, mentre Adario è un pezzo grosso (europeo o americano) in giacca e cravatta che arriva con la scorta, quindi tutto il senso della storia è completamente stravolto. I due pretendenti europei rifiutati, Don Alvaro e Damon, finiscono per sposarsi tra di loro.

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Francois Lis, prete cattolico/sacerdote inca, motorizzato

Io capisco benissimo quanto sia difficile mettere in scena quest’opera ai giorni nostri, evitando esotismi fuori tempo e fuori luogo, evitando di rappresentare le culture “diverse” nella maniera naïve, ma profondamente razzista e colonialista, del secolo XVIII. Lo capisco. Ma santo cielo benedetto, così no. Oltretutto, in scena c’era spesso del rumore, la chicca è stata i bambini che urlavano (letteralmente) durante l’overture. L’overture è meravigliosa, una perla del barocco francese, e sti mocciosi che strillano. Mah. Risate del pubblico per ogni dove, insomma la musica l’ultima preoccupazione, bistrattata e umiliata. Io sinceramente avrei preferito un’opera in forma di concerto. Ma di molto.

La musica, in verità, è stata eseguita magistralmente, dall’orchestra del Festival, che, mi dicono era supportata da elementi di un’orchestra barocca di Stoccarda, diretta da Ivor Bolton, bravissimo. Il continuo, ad accompagnare i numerosissimi e lunghissimi recitativi, costantemente splendido, con un clavicembalista spettacolare. I fiati perfetti, e una percussionista in serata magica (un sacco di percussioni in quest’opera). Mi sono piaciuti moltissimo, nonostante le scemenze in scena: ho spesso chiuso gli occhi e mi sono beata di Rameau.

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Il cast assolutamente fenomenale. Non riesco a trovare un singolo cantante che mi abbia deluso, non sono riuscita a trovare difetti, e chi mi conosce sa quanto è difficile che io non trovi difetti. Ve li elenco tutti:

  • Lisette Oropesa, soprano (Ebe, Zima)
  • Goran Jurić, basso (Bellona)
  • Ana Quintans, mezzosoprano (L’Amour, Fatime)
  • Tareq Nazmi, basso (Osman, Ali)
  • Elsa Benoit, soprano (Emile)
  • Cyril Auvity, tenore (Valère, Tacmas)
  • François Lis, basso (Huascar, Don Alvaro)
  • Anna Prohaska, soprano (Phani, Zaire)
  • Mathias Vidal, tenore (Don Carlos, Damon)
  • John Moore, baritono (Adario)

Menzioni speciali

Cyril Auvity è un genio del barocco francese. Un tenore squillante, con armonici ricchissimi per una voce così acuta, che oserei definire haute-contre (tenore contraltino). Spesso i tenori così acuti hanno quel filino di voce un po’ noiosa, mentre Auvity ha una presenza vocale virile e autorevole. Uno stile francese impeccabile; è cresciuto con William Christie, e si sente, dio bono se si sente. Ogni frase pensata, ragionata, e allo stesso tempo emozionante e sentita. Ha già quasi 40 anni, non so come me lo sono perso finora, non lo avevo nemmeno mai sentito nominare, ma ora cercherò di seguirlo.

Anna Prohaska, splendida! Di lei ho già sentito parlare come di una delle nuove soprano di coloratura. Mi ha veramente convinto, ha una voce morbidissima, acuta, senza mai uno spigolo, e allo stesso tempo agilissima. Un’altra da seguire.

Lisette Oropesa bravissima in due ruoli abbastanza diversi, è stata il motore che ha tenuto insieme l’opera, comparendo all’inizio e alla fine nei momenti chiave. Voce potente e rotonda, mi è piaciuta moltissimo.

Ma veramente, tutti gli altri erano stratosferici. Emissione, stile, tecnica, intonazione, tutto. Il momento più memorabile per me è stato il quartetto finale del terzo quadro, assolutamente magico (Auvity, Nazmi, Quintans, Prohaska): le quattro voci fuse in un unico respiro, e Rameau trionfante.

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Quintans, Auvity (accosciato in canottiera) Prohaska (anche lei in canottiera) e Nazmi nel quartetto alla fine del terz’atto

Sarebbe ingiusto non nominare nemmeno i ballerini, che, in scena dall’inizio alla fine, hanno dato una prova meravigliosa, senza risparmiarsi. Il problema è che 1. io la danza non la capisco proprio, non mi dice quasi niente, e 2. la messa in scena era idiota, come ho menzionato, e i balletti ne erano parte integrante. I bambini, anch’essi in scena per almeno due interi quadri, sono stati bravissimi, e veramente carini.

Il coro piuttosto! Bravissimi! Purtroppo penalizzati da questa messa in scena demenziale, spesso hanno dovuto cantare fuori scena (perché? qualcuno mi spiega perché?). Ma quando erano in scena hanno dato una prova ottima.

Insomma? Insomma per farle così fatele in forma di concerto ste opere, che ci guadagniamo tutti.

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