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Seconda opera (per me) al ROF: Ciro in Babilonia, opera del primissimo Rossini, considerata il prototipo delle sue splendide opere serie. E’ stata una serata veramente memorabile. La partitura non è il Rossini migliore, ovviamente, ci sono delle rigidità, arie una dopo l’altra e recitativi lunghissimi; i paradigmi barocchi e settecenteschi cominciano a diventare pesanti, nel 1812. Ma già si sentono echi del Rossini successivo, e, a dire il vero, il direttore Jader Bignamini ha fatto un lavoro egregio, con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna. E’ riuscito a dare spessore, sostenendo i cantanti con ben più di un monotono accompagnamento, e tirando fuori le bellezze della musica, che ovviamente ci sono. Un dettaglio: la comprimaria, il personaggio di Argene, pare che alla prima dell’opera fosse imposta dall’impresario, Rossini non la voleva, non gli piaceva la sua voce. Diceva che aveva una sola nota buona: il si bemolle, e quindi scrisse la sua unica aria su quell’unica nota. Un’aria intera, con un si bemolle ribattuto. Ma la cosa incredibile è che quasi non ci se ne accorge, perché’ l’orchestra sotto ha una parte di tale ricchezza e armonia, da rendere l’aria godibile lo stesso.

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La messa in scena è quella del 2012 di Davide Livermore, veramente bellissima. Venite, teste dure dell’Europa centrale, a vedere come si mette in scena un’opera con un’idea originale, che non stravolge il testo, e non disturba la musica! La storia è (vagamente) basata sul Vecchio Testamento, la storia di Ciro, re dei persiani, che assedia Babilonia e sconfigge il re babilonese Baldassarre. L’idea di Livermore è quella di riproporre l’estetica del film muto, in particolare quella dei colossal di Griffith. Quindi la scenografia è fatta di spezzoni di film originali di Griffith, oppure spezzoni di film con i cantanti che ripropongono i gesti e le movenze dei film di quell’epoca. Anche la regia segue questi dettami, e quindi i cantanti si muovono con i gesti teatrali ed esagerati del film muto. Il risultato è veramente convincente. Si tratta, in fondo, di una rivisitazione in forma ironica del modo di cantare degli anni cinquanta, in cui i cantanti si piazzavano in mezzo il palco a gambe larghe e berciavano (“park and bark”, come lo chiama la mia amica Degghial). Gli splendidi costumi in bianco e nero di Gianluca Falaschi, anch’essi reminiscenti dei film di Griffith, completavano l’effetto. La scenografia stessa era proiettata sullo sfondo, con gli effetti di striatura tipici dei film di quell’epoca. Insomma questa messa in scena mi è piaciuta tantissimo!

L’unica cosa che ho da ridire è l’idea di mettere in scena anche gli spettatori del film muto, sotto forma di un gruppo di persone vestite in stile anni 10/20, che guardano il “film” ed entrano in scena ogni momento, distraendo un po’. C’è anche un riferimento a “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen, con un bambino che, dal pubblico, entra nel “film” e fa la parte di Cambise, il figlio di Ciro.

Veniamo ai cantanti.

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Ewa Podles

Ewa Podles torna a Pesaro per riproporre il suo Ciro, che aveva già interpretato nel 2012. Ora, Ewa Podles è un contralto (vero) di 64 anni (vi metto la foto così vi rendete conto): una sciura polacca non tanto alta, a cui si danno parti di contorno: la cieca nella Gioconda, la zia principessa in Suor Angelica, la marchesa di Berkenfield ne La figlia del reggimento. Uno non se l’aspetta in un ruolo rossiniano en travesti, con la coloratura e tutte le difficoltà di Rossini. E’ stata SPETTACOLARE. La voce ha ovvie limitazioni, prima di tutte una tecnica a mio avviso non perfetta: non canta tanto sul fiato, e quindi il fiato non le dura molto, respira spesso. E poi il passaggio tra il registro centrale e quello basso non è bellissimo, spesso la voce “cade giù” un po’ bruscamente (il passaggio tra il registro centrale e quello di testa, al contrario, è bellissimo). La coloratura, a 64 anni, è un po’ rallentata, e inoltre, non avendo una tecnica perfetta, riesce un po’ forzata, a volte. Ma, ragazzi, un temperamento, un carisma, un’interpretazione assolutamente meravigliosi. E’ una cantante di estrema intelligenza, sa esattamente cosa fare e cosa non fare, e aggira le limitazioni della sua voce in maniera magistrale. Sono rimasta affascinata dalla sua intelligenza più che dalla sua voce, se devo dire la verità. Il risultato è trascinante: Rossini viene fuori splendidamente, e dopo la sua prima grande aria d’entrata il teatro è esploso in un’ovazione grandiosa, che non era un omaggio alla carriera, ma un’espressione di gioia e fors’anche di stupore per una grandissima artista. Bravissima Podles!!!

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Ewa Podles nei panni di Ciro

Amira, la moglie di Ciro, era Pretty Yende, al suo debutto al ROF. E’ bravissima, e sta migliorando. Io l’avevo sentita come Rosina nel barbiere a Parigi, mi era piaciuta tantissimo. Ieri sera è stata ancora meglio, secondo me la parte le si addiceva di più. La tecnica è solidissima, belcanto puro. Affronta il registro acuto e sopracuto con una facilità impressionante, al limite della noncuranza. La coloratura le viene da dentro, con variazioni originali e sentite. L’interpretazione secondo me ha margini di miglioramento; ha 31 anni, è ancora giovane, come cantante lirica. Però ieri sera ha avuto momenti veramente lirici e passionali; non mi fa ancora piangere, ma ci sta lavorando. Meravigliosa, una stella ancora in ascesa, la seguirò assiduamente.

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Ewa Podles e Pretty Yende

Il tenore Antonino Siragusa, che cantava il re babilonese Baldassarre, è uno specialista rossiniano bravissimo (e torno a chiedere: ma quanti tenori rossiniani bravissimi ci sono, là fuori?). Ha una facilità negli acuti disarmante, e nella sua grande aria ha veramente strappato l’applauso. Tecnica buona, voce molto chiara, tipico tenore contraltino, ma veramente ottimo. La voce non squilla abbastanza, a mio gusto, non è nasale ma rimane un po’ nella parte alta del palato, dietro al naso, e non risuona in maschera come dovrebbe. Ma se state a sentire me…. E’ bravo, veramente bravo, lo riascolterei molto volentieri.

Gli altri: Isabella Gaudí (Argene, quella con l’aria su una nota sola), Oleg Tsybulko (Zambri), Alessandro Luciano (Arbace) e Dimitri Pkhaladze (Daniello) si sono difesi egregiamente, completando un cast veramente notevole.

Qualche altro commento sul ROF. Nel Teatro Rossini c’è un rumore quasi insopportabile. Dev’essere il circuito di aerazione, di condizionamento, non lo so, ma è un rumore meccanico in sottofondo che veramente dà una noia tremenda. Per fortuna non è a bassa frequenza, altrimenti me ne sarei andata, e quindi dopo un po’ ci si fa l’abitudine e si sente meno, ma è sempre lì. A me pare impossibile che un teatro restaurato negli anni 2000 abbia una pecca così grossa.

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Una cosa positiva che ho notato sia nel Turco che nel Ciro è che quasi tutti i cantanti non fanno la puntatura acuta! Questa è una delle mie fissazioni, ma la puntatura acuta in Rossini NON SI FA! (Per i meno addetti ai lavori: la puntatura acuta sarebbe la nota acuta alla fine dell’aria, cioè terminare l’aria sull’acuto. In Rossini, e tutto il primo ottocento, si possono fare tutti gli acuti che si vogliono, ma non si finisce l’aria con l’acuto sborone. E’ cattivo gusto.) Come i miei lettori sanno, io spesso mi lamento che anche cantanti bravissimi facciano la puntatura acuta in Rossini. Ecco, qui al ROF non la fa quasi nessuno, a parte i tenori. Del resto tenere i tenori alla briglia è difficile, lo sanno tutti. Insomma non credo sia un caso, e mi fa molto piacere.

E stasera donna del lago! Non vedo l’ora!

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