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Les Huguenots, il capolavoro di Meyerbeer, è una grand opera francese in 5 atti, con uno sviluppo drammatico molto interessante. La storia si svolge con, sullo sfondo, il massacro degli ugonotti (i protestanti francesi) da parte dei cattolici, nel 1572. L’opera è molto lunga, degna di Wagner; la musica, però è veramente bella, ed estremamente coinvolgente. Il lavoro matura e si sviluppa in modo molto interessante.

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Inizia come una commedia buffa e un po’ sciocca: nel primo atto c’è una festa nel castello del nobile cattolico Nevers, con una folla di giovani nobili scavezzacollo che cantano, ballano e bevono. Raoul, un giovane ufficiale protestante, arriva, e racconta la storia di come si è innamorato a prima vista di una sconosciuta (Valentine) dopo averle salvato la vita. Juan Diego Florez debuttava in questa parte, ed è stato magnifico! E’ in forma strepitosa, in questo periodo, e il ruolo gli si addice tantissimo. Fu creato per il tenore Adolphe Nourrit, uno dei tenori preferiti di Rossini; la parte richiede tutto ciò di cui Florez dispone in abbondanza: tessitura altissima, acuti squillanti, legato senza macchia, precisione e passione. Raoul vede per caso la bella sconosciuta nel castello, dove si è recata per rompere il fidanzamento con lo stesso Nevers, perché anche lei è rimasta folgorata dall’incontro con Raoul e se ne è innamorata all’istante. Lui, vedendola al castello, capisce fischi per fiaschi, pensa sia lì per un incontro galante, e si convince che lei è una sgualdrina che non merita il suo amore. Durante il primo atto facciamo anche la conoscenza di Marcel, vecchio servitore di Raoul, fervente (fanatico) protestante, che sta sempre a cantare inni, e a vomitare cattiverie sui “papisti” e sulle donne, che sono la dannazione degli uomini virtuosi. Marcel è un po’ il motore di tutta l’azione drammatica, è il personaggio che riunisce tutti i fili. Era magnificamente interpretato da Ante Jerkunica, un giovane basso croato con una voce potente e autoritaria, che, peraltro, riesce sempre a risultare anche elegante. E’ molto facile esagerare, in questo ruolo, perché Marcel è un po’ fuori di testa nel suo fervore religioso, si arrabbia, si comporta in maniera inappropriata, mettendo in imbarazzo il suo signore Raoul. E’ una parte piena di trappole, e Jerkunica le ha evitate tutte, con una tecnica fantastica, un’emissione morbida, e un’interpretazione sentita e credibile. Ha ottenuto un applauso a scena aperta con la sua aria “piff-paff”, in cui è riuscito a mantenere un equilibrio molto delicato: chiunque la canti è tentato di urlare e fare cose di cattivo gusto, ma lui è riuscito a evitarle.

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Golovneva, Ciofi e Florez

Il secondo atto è tutto incentrato sulla regina Margot, la regina di Navarra, che, con le sue dame di compagnia, chiacchiera e si riposa sulle rive di un ruscello. Canta una difficilissima aria di coloratura, che Joan Sutherland fece completamente sua, dando un’interpretazione unica e indimenticabile di questo personaggio, che scelse (non a caso) per il suo addio alle scene. A Berlino, ci è toccata Patrizia Ciofi. La coloratura le viene, e gli acuti le riescono ancora (non sono bellissimi, non lo sono mai stati, ma sono ragionevoli). Il problema è che, non appena la voce scende sotto il registro acutissimo, perde completamente gli armonici e il colore, diventa stimbrata, quasi un sussurro gracchiante. E’ un peccato, perché non canta male, è proprio la voce che non c’è. La regina di Navarra è un personaggio un po’ sciocco, che convoca Raoul per combinare il matrimonio proprio tra lui e Valentine, che è la figlia di un importante nobile cattolico (Saint-Bris), come gesto di riconciliazione tra cattolici e protestanti. Nel fare questo, la regina si lascia fare la corte e civetta come una ragazzina con Raoul, che resta affascinato dalla sua bellezza, ed è anche in fase “chiodo scaccia chiodo” dopo la delusione di scoprire la sua bella sconosciuta con un altro uomo. Quindi scherzano, si corteggiano, e l’intero atto è divertente, ma quando poi nel finale Raoul vede Valentine, rifiuta di sposarla (perché, come ricorderete, pensa sia una sgualdrina) e tutti si arrabbiano, volano parole grosse, e si presagiscono guai.

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Florez e Jerkunica

Il terzo atto si svolge in una piazza parigina: cattolici e protestanti se ne dicono di tutti i colori, e Valentine si sposa con Nevers, visto che Raoul non la vuole più, ma lo ama sempre. In questo atto l’atmosfera  si fa più cupa: la musica passa dai cori e i concertati dell’inizio a un duetto molto commovente tra Valentine (che ha sentito pianificare l’omicidio di Raoul) e Marcel, in cui parlano di come salvare Raoul. In questo duetto Olesya Golovneva, come Valentine, ci ha dato un assaggio delle sue capacità, che sono veramente notevoli. Ha una voce molto bella, ben impostata, rotonda e potente. Mi è piaciuta molto. Alla fine dell’atto Raoul viene a sapere che lei è innocente, non è una sgualdrina dopo tutto, ed è degna del suo amore, ma ormai ha sposato un altro! Disperazione!

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Nel quarto atto la tragedia prende forma: al palazzo di Saint-Bris i nobili cattolici decidono di spazzare via i protestanti dalla Francia, e pianificano un massacro per la notte stessa. La scena è meravigliosa, dal punto di vista musicale. Il coro e la scena della benedizione delle spade sono emotivamente molto coinvolgenti. Nevers, ora marito di Valentine, è l’unico a rifiutarsi di partecipare al massacro di civili indifesi. Il baritono Marc Barrard cantava questo personaggio: la sua interpretazione è stata molto buona, è riuscito a comunicare il cambiamento interiore di Nevers, che passa da giovane libertino spensierato a nobile cavaliere. Sfortunatamente la sua voce, sebbene dotata di buon supporto e buona tecnica, prende di naso nel registro acuto, ed è un peccato. Raoul, che è nascosto nel palazzo, sente tutto il piano criminale e vuole correre all’aiuto dei suoi amici. Valentine lo prega di non andare a morire, e il risultato è un fantastico duetto, dove lui si strugge tra la passione e il dovere, e lei si strugge tra la passione, il terrore di vederlo correre al martirio, e il piccolo trascurabile dettaglio che si è appena sposata. Florez e Golovneva ci hanno regalato un’interpretazione emotivamente fortissima, grande chimica tra loro, e le loro voci perfettamente integrate. Qui Florez mi è parso quasi superare i suoi limiti: la sua voce è arrivata a vette di romanticismo e di rotondità che non ho mai sentito da lui, nemmeno nella parte di Romeo. E’ stato bellissimo.

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Il finale

Finalmente (Meyerbeer tira il duetto un po’ troppo in lungo, secondo me), nel quinto atto Raoul corre in effetti in aiuto agli altri ugonotti, lei lo segue, lo trova in mezzo alla battaglia, e si converte al protestantesimo. Vengono a sapere che Nevers è stato ucciso, si sposano tra le pallottole, il fuoco, e la morte tutt’intorno, arrivano i cattolici che li uccidono, e suo padre scopre di aver appena ucciso sua figlia. Fine.

Tutto ciò era rappresentato in una messa in scena disastrosa, che si qualifica come la più noiosa che io abbia mai visto. Il coro era SEMPRE immobile. L’opera è piena di scene di folla, dove la gente dovrebbe parlare, bere, mangiare, litigare, discutere, andare avanti e indietro. Niente di tutto ciò. Nel terzo atto, in cui cattolici e protestanti dovrebbero essere nella piazza a litigare, erano invece tutti seduti immobili in una chiesa. NELLA STESSA CHIESA. Immobili, leggendo da un libro di preghiere (lo stesso per tutti). La musica e il libretto suggeriscono fanciulle in processione dietro a una statua della Madonna, zingare che leggono la mano agli astanti. Niente di tutto ciò. Tutti assolutamente statici

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Ci sono alcuni balletti nell’opera, la musica non è stata tagliata, ma nessuno ballava. Musica del balletto dalla buca dell’orchestra, e sul palco non succede NIENTE. Durante i duetti i cantanti hanno dimostrato che c’era in effetti una regia, e hanno dato interpretazioni convincenti, ma non appena più di 2 persone cantavano, ci trovavamo davanti delle cariatidi, delle bambole di porcellana in piedi (o sedute) sul palco senza alcun movimento. Ero furibonda.

Ah, poi tutti vestiti con abiti dell’Ottocento, al solito dio solo sa perché.

L’orchestra dell’opera di Berlino era diretta da Michele Mariotti, che amo sempre di più!! E’ riuscito a tenere tutti insieme, con lievi problemi di ritmo nel coro. La sua attenzione ai dettagli è ammirevole: la partitura è molto interessante e complessa (o così mi è sembrata) ed è veramente riuscito a sottolineare molti particolari bellissimi. Il suo supporto ai cantanti è sempre attento, e il risultato è stata un’ottima produzione musicale.

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