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Questa è la seconda opera che vedo in una settimana basata sulla conquista del vello d’oro da parte di Giasone, con i suoi compagni Argonauti, e il suo rapporto con Medea. Questa versione, musicata nel 1649 da Cavalli e messa in scena a Venezia, segue l’originale solo marginalmente: Cavalli doveva dare al pubblico del tempo l’atteso lieto fine, e quindi la storia doveva essere modificata un bel po’. L’intera trama si svolge nella Colchide, il regno di Medea; Giasone è un donnaiolo seriale, che ha abbandonato a Lemno la principessa Isifile, da cui ha avuto una coppia di gemelli. E’ arrivato nella Colchide per rubare il vello d’oro, ma Medea lo tiene molto occupato, tant’è che da lei Giasone ha un’altra coppia di gemelli. La stessa Medea, al fine di iniziare questa fruttuosa relazione, ha abbandonato un vecchio amante, Egeo, che cerca di riconquistarla.

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Egeo e Medea

Ercole, insieme agli altri Argonauti, sta perdendo la pazienza: il tempo passa e il vello d’oro non si vede all’orizzonte; il capo si è rammollito e pensa solo all’amore e alla passione. Isifile manda il suo servo Oreste da Lemno nella Colchide per scoprire perché Giasone non ritorni; Oreste parlando con un servo balbuziente di Egeo, Demo, scopre, con qualche difficoltà, che Giasone ha un’altra amante, e non ha la benché minima intenzione di tornare a Lemno.

Isifile stessa arriva nella Colchide, trova Giasone e cerca di riportarlo ai suoi doveri. Medea va fuori di testa dalla gelosia, e impone a Giasone di uccidere Isifile. Giasone dà mostra di tutto il suo virile coraggio e svicola, lasciando la patata bollente al suo aiutante Besso, il quale si incasina e butta in mare Medea invece di Isifile. Egeo si butta in mare anche lui e salva Medea, il che la convince a ripigliarselo come amante e lasciare Giasone a Isifile. Non è chiaro cosa succederà ai figli di Medea e Giasone, che forse alla fin della fiera non faranno una bella fine.

Il Gasione
Isifile e le sue dame di compagnia

Tutto ciò, in puro stile barocco, viene discusso e deciso da diversi dei che litigano e indirizzano gli eventi.

La produzione era bella! Le scene ricordavano quelle originali del secolo XVII: nuvole di cartone a rappresentare l’Olimpo, alberi e cespugli di cartone per la foresta, e così via. I costumi, d’altra parte, erano molto eclettici. Medea nella prima parte è vestita in modo orientaleggiante, per poi mettersi un taierino molto più da sciura. Isifile e le sue dame sfoggiavano splendidi costumi anni Venti (delle scarpe FA-VO-LO-SE), mentre gli Argonauti erano un misto tra dei mercenari moderni, e una loro parodia sexy stile Village People. Giasone vestito come Capitan Findus.

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Gli dei, in tutto ciò, erano vestiti come lo sarebbero stati nel 1649: vestiti sgargianti nella moda del Seicento, con maschere e accessori adatti al personaggio (fulmini e saette per Giove, e così via). Il soprano che cantava il dio Cupido, Mary Feminear, saltellava per il palco in una tuta di gommapiuma che la trasformava in un “puttino” gigante, di dimensioni adulte. Il costume comprendeva anche un’intera testa di bambino coi ricciolini; non so come abbia fatto a cantare così bene con quell’affare in testa. Ha veramente una bella voce, ben proiettata.

La musica è tipica del barocco di quegli anni: recitar cantando, un flusso continuo di canto che include momenti più duri, in cui la tecnica del recitativo la fa da padrone, al fine di comunicare cosa sta succedendo, e momenti di indulgenza in arie o duetti più lirici e melodici. In questo periodo, attorno al 1650, le arie iniziano a diventare più caratterizzate: Cavalli seguiva il gusto del pubblico, che richiedeva melodie riconoscibili. Globalmente, la musica può risultare un po’ monotona per l’ascoltatore non educato (trad.: per l’ascoltatore non ossessionato dall’opera barocca) e vicino a me c’erano un paio di appisolati ronfanti.

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Giasone e Medea

L’orchestra era la Cappella Mediterranea, diretta da Leonardo García Alarcón; li avevo già sentiti nell’Eliogabalo, sempre di Cavalli, a Parigi. Sono incredibilmente bravi. Il continuo è fuori dal mondo, suonano dall’inizio alla fine, tutta l’opera è sulle loro spalle, e hanno una concentrazione e un’accuratezza incredibili, per non parlare del talento. Gli altri orchestrali, chiamati a unirsi al continuo durante arie, duetti, cori, e parti puramente orchestrali, sono altrettanto eccellenti ed estremamente comunicativi. I cornetti!! Sono incredibili i cornetti!! Alarcón è sempre in controllo, ed è bravissimo a seguire i cantanti. In questo stile, di continuo recitativo, o simil-recitativo, è importantissimo che il direttore abbia una buona comunicazione con i cantanti. Qui respiravano insieme, si muovevano insieme, e lui riusciva a portare avanti tutti con maestria.

Giasone era Valer Sabadus, già sentito nell’Eliogabalo a Parigi. La sua voce è un po’ debole e sottomessa, sfortunatamente, e il suo timbro un po’ troppo monocromatico. E’ un peccato, perché ha un’ottima coloratura e bellissimi acuti. Devo dire che il personaggio di Giasone qui è una tale fava lessa che una voce un po’ più debole ci sta. Quindi alla fine la sua caratterizzazione del personaggio non era affatto male.

Medea era un mezzo-soprano, come in Charpentier, e la cantante era Kristina Hammarström, un’artista svedese con una voce bella, ma come quella di Sabadus, un po’ monocromatica. Non così tanto però; proietta meglio, e anche il timbro è caldo e rotondo.

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Kristina Mkhitaryan era Isifile, e la sua voce era una delle migliori in campo: un soprano molto uniforme, con moltissimi armonici, e acuti bellissimi. Ha tre grandi arie di lamento (una per atto) e il suo legato è stato perfetto, così come lo stile.

Un’altra delle voci migliori era quella della sua cameriera/confidente, Alinda, interpretata dal soprano argentino Mariana Florès, che ha una voce molto brillante, forte e ben proiettata, e una grande presenza scenica. Il suo personaggio è quello della serva un po’ sciocca e civetta, e lei è riuscita in un’interpretazione vivace e buffa, nonostante fosse evidentemente incinta.

E poi avevamo Willard White che cantava Oreste (il servo di Isifile) e il dio Giove. Deve avere attorno a 70 anni, ma la sua voce è ancora stupenda! Mi piace molto il suo vocione di basso rimbombante, ha stile e tecnica, ed è ancora una meraviglia a vederlo sul palco.

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Ercole, Alexander Milev, era un altro basso rimbombante, una voce forse meno elegante di White, ma molto forte e potente, mi è piaciuto. Anche lui era in un costume di gommapiuma, per sembrare più muscoloso sul petto e sulle braccia, come si conviene a Ercole.

Egeo, il primo amante di Medea, al quale lei ritorna alla fine dell’opera era il tenore Raùl Gimènez, un tipico tenore leggero, che fa Donizetti, Rossini e Mozart. Ora è un po’ avanti con l’età, e non l’ho mai sentito prima, quindi non so se i suoi difetti sono dovuti all’anagrafe, o sono sempre stati lì, ma ha un’emissione molto strana. La voce, in se’, è ben supportata e agile, e ha un bel colore. Ma l’emissione è un po’ sgangherata. Inizia bene, in basso, poi si infila nel naso dopo il primo passaggio, e sul secondo passaggio esplode in un volume che sfora in maniera un po’ incontrollata. Non è una brutta voce eh, è solo che non sembra lui sia in perfetto controllo dello strumento. Era un buon attore, e la sua aria di lamento nel prim’atto è venuta piuttosto bene.

Migran Agadzhanyan, un altro tenore, cantava il personaggio comico di Demo, con una perfetta pronuncia italiana, tanto che sono rimasta molto stupita di vedere che non è nemmeno vagamente madrelingua. Ha una bella voce, degna di un personaggio migliore: Demo è il tipico comico, balbetta, è gobbo e non molto intelligente. La sua parte non è molto interessante, ma la voce era forte e bella. C’erano molte scenette basate sulla sua balbuzie, in cui lui non riesce a comunicare informazioni cruciali e gli altri personaggi si spazientiscono e cercano di indovinare, finendo le parole per lui: è interessante vedere come una delle scene più divertenti di Un pesce di nome Wanda (1988) fosse parte del repertorio fin dal 1649.

Il baritono Günes Gürle era Besso, l’aiutante di Giasone che butta la sua amante sbagliata nel mare. Non ha una gran parte, ma per qualche ragione gli tocca la coloratura più difficile di tutta l’opera. Ne è uscito vivo.

In quest’opera c’è un personaggio che si ritrova in quasi tutte le opere barocche, e continua a spuntare fuori fino al Barbiere di Rossini. Si tratta della vecchietta (cioè sopra i 35 anni, in questo contesto), la nutrice/serva, solitamente cantata da un uomo, un personaggio laido che si lamenta della bellezza perduta, e della mancanza di amanti, perché nessuno la vuole più, e quant’è ingiusta la vita. Qui il personaggio si chiama Delfa, ed era interpretato dal controtenore Dominique Visse, che era anche il dio Eolo. Al solito (per questo tipo di personaggi) la voce non era molto uniforme, e la regia ha un po’ sbragato, mostrando diverse scene volgari di questa vecchia signora che paga gli Argonauti in cambio dei loro favori sessuali. L’ho trovato un po’ pretestuoso, cioè: passi una volta, ma tre?

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Seraine Perrenoud nei panni del Sole

Manca una sola cantante, il soprano Seraine Perrenoud, che cantava il dio del sole (Apollo) durante il prologo. Una parte molto breve, ma la sua voce era sfavillante, come si addice al Sole, e il suo costume era spettacolare!

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