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Ero a Zurigo per un viaggio di lavoro, e ho deciso di andare a vedere quello che offriva il teatro locale, che è uno dei miei preferiti in Europa. Quindi eccomi qui a recensire un’opera di Prokof’ev, che fa accapponare la pelle, scritta nel 1928, ma mai rappresentata fino al 1955: L’angelo di fuoco. Questo ritardo nella Prima fu dovuto alla trama, considerata blasfema e troppo violenta, per il pubblico dell’epoca. Devo dire che ho capito perché.

La storia si svolge nella Germania del 1500. Renata, una giovane con problemi mentali, ha avuto per tutta la sua infanzia visioni di un bellissimo angelo custode, Madiel, che la indirizzava verso una vita casta e timorata di Dio. Arrivata  all’adolescenza, si innamora di Madiel, e lo desidera sessualmente. L’angelo si inferocisce, si trasforma in una colonna di fuoco (l’angelo di fuoco, appunto) e smette di apparire alla ragazza, dicendole che la incontrerà sotto forma umana.

Ausrine Stundyte (Renata) e Leigh Melrose (Ruprecht)

L’opera inizia con Renata nel mezzo di quella che appare come una crisi psicotica, tormentata da demoni. Ruprecht passa di lì e pensa che questa bella ragazza, in stato confusionale, si rivelerà una preda facile per i suoi bassi istinti. Si sbaglia di grosso. Si innamora di lei, e resta invischiato nella sua follia. Renata è convinta di aver trovato l’incarnazione umana di Madiel, Heinrich, e trascina Ruprecht in giro a cercarlo. Poi lo convince a uccidere Heinrich, perché lui l’ha rifiutata e insultata. Poi cambia idea: Heinrich non deve morire! Ruprecht non riesce a evitare il duello a cui aveva sfidato Heinrich, e rimane gravemente ferito. A questo punto Renata scopre di amare Ruprecht, lui si salva in qualche modo, ma lei non può sposarlo (per qualche ragione) né tantomeno avere una relazione con lui fuori dal matrimonio, quindi va in convento. Nel convento continua a vedere e sentire i demoni, e finisce per venire esorcizzata e bruciata sul rogo.

Altre trame secondarie riguardano maghi, ebrei esoterici che contrabbandano libri di magia nera e di cabala, banditi dall’Inquisizione, Mefistofele in persona che si mangia un cameriere, chiromanti, e, naturalmente, suore possedute dal demonio.

La musica è perfettamente adatta a questa storia dell’orrore: Prokof’ev dà voce a tutti i temi medievali con una partitura potente e ricca. L’orchestra ha dato un’ottima prova, e il direttore Gianandrea Noseda ha guidato la rappresentazione con forza e determinazione. L’opera è andata avanti per due ore senza intervalli; è stato un crescendo di emozioni e di orrore, senza respiro.

La parte di Renata è estremamente difficile. Canta per quasi tutta l’opera, e il suo ruolo è molto pesante, vocalmente ed emotivamente. Ausrine Stundyte è perfetta per la parte. E’ una grande attrice; riesce a rappresentare l’instabilità mentale del personaggio, ma allo stesso tempo mostra le sue caratteristiche di tenerezza e sensualità, che fanno innamorare Ruprecht; questo dà credibilità alla storia. La sua voce di soprano è molto potente, gli acuti sicuri e taglienti. Un po’ troppo metallo, per i miei gusti, ma sapete quanto sono cagamillimetro. Ad essere onesti, una voce morbida e vellutata non sarebbe adatta, per Renata. La sua angoscia è così estrema che la morte sul rogo, alla fine, è quasi una liberazione.
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Ruprecht era il baritono Leigh Melrose: mi è piaciuto molto. La voce è rotonda e potente, e anche lui era un ottimo attore. Lui e Stundyte erano molto affiatati, sia vocalmente che fisicamente, e risultavano una non-coppia credibile, in scena. Avevano un’ottima intesa.

Il resto del cast era solido: mi è particolarmente piaciuto il tenore Dmitri Golovnin, una voce degna di un ruolo migliore.

L’inquisitore tortura Renata

Nella scena finale, Pavel Daniluk  è nei panni di un Inquisitore autorevole, ed esorcizza Renata che urla sdraiata per terra, con un coro di suore che, come il coro di una tragedia greca, commenta e alternativamente chiama Renata “santa” o la denuncia come concubina di Satana. E’ veramente una scena fortissima.

Ciò che NON ha funzionato in quest’opera è stata la messa in scena. Calixto Bieito naturalmente ha spostato la storia in tempi e abiti moderni, per non si sa quale ragione. Questa è una storia molto medievale, nei suoi temi, e nelle atmosfere gotiche. La messa in scena moderna rovina l’atmosfera, senza aggiungere niente. La scenografia era buona, sebbene non originale: la solita casa di bambola rotante, già vista a Parigi e a Madrid, e probabilmente in altri posti che non mi ricordo. Molto bella visivamente, con interessanti effetti di luce. Ma globalmente, secondo me, un fallimento.

Ciò nonostante, l’esperienza musicale è stata ottima! Ho conosciuto una nuova opera, molto emotiva, nella sua stranezza. I cantanti erano ottimi e la musica bellissima!

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