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L’unica, la sola Cecilia Bartoli affronta per la prima volta il ruolo di Ariodante, a cinquant’anni suonati, e, naturalmente, lo bartolifica, come fa con tutto il resto. L’approccio suo e del regista Christophe Loy è molto interessante: l’opera diventa un’esplorazione dell’identità di genere, una riflessione su quanto la nostra percezione e interpretazione del mondo siano basate sul fatto che le persone appartengano a un genere binario e immutabile.

L’opera barocca fornisce lo scenario perfetto per questa riflessione. Le stelle dell’opera del secolo XVIII erano i castrati, con il corpo di uomo e la voce femminile. Nei tempi moderni questi ruoli sono stati cantati principalmente da donne, quindi abbiamo visto una serie di donne vestite da uomo rappresentare eroi e guerrieri. Nell’ultima trentina d’anni i controtenori (uomini non castrati che cantano in tessitura femminile) hanno condiviso questi personaggi con le donne. Quindi, fin dall’inizio l’opera barocca è stata un luogo in cui il genere era fluido, meno rigido che in altre espressioni della società.

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Cecilia Bartoli (Ariodante)

Cecilia Bartoli entra in scena come il guerriero medievale Ariodante, con l’armatura, di ritorno dalle crociate. Arriva alla corte del re di Scozia, dove la sua amata, la principessa Ginevra, lo aspetta. A corte, la maggior parte dei cortigiani sono in abiti moderni, su un palcoscenico quasi vuoto. In questa produzione Ariodante è una sorta di buzzurro, non molto abituato alle galanterie di corte; è chiaramente fuori posto, e la sua goffaggine contrasta con la raffinatezza di Polinesso, perfettamente a suo agio alla corte del re. Le danze non sono state tagliate (grazie!) e sono state eseguite in abiti del Settecento, con uomini in abiti femminili invece di ballerine. Polinesso ha partecipato alle danze con eleganza, in uno splendido costume barocco, mentre Ariodante saltellava qua e là facendo un po’ una figuretta.

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Verso la fine del primo atto Ariodante canta forse l’aria più difficile scritta da Handel: Con l’ali di costanza. La coloratura è scoppiettante, e il regista ha pensato bene di rendere Ariodante ubriaco, durante quest’aria. La Bartoli è stata incredibile. Ha cantato la versione originale, senza tagli, a un tempo velocissimo, mentre beveva, si inciampava, fingeva il singhiozzo a tempo con le note staccate, e tutto senza perdere un colpo, è stata una prestazione notevole.

Il secondo atto vede lo svolgersi dell’inganno: Polinesso riesce a far credere ad Ariodante che Ginevra è infedele, e qui abbiamo l’aria più bella dell’opera: Scherza infida, dove lui lamenta l’infedeltà di lei, e medita il suicidio. Bartoli ci ha regalato un’interpretazione molto emotiva (sì, ho pianto), forse la Scherza infida migliore che abbia mai sentito, o perlomeno a pari di quella della Connolly. La Bartoli è bravissima a comunicare emozioni forti, e devo dire che il suo passaggio verso la voce di petto mi è sembrato migliore di sempre, molto morbido, la voce completamente uniforme su tutta la scala. Durante quest’aria, Polinesso compare, uscendo dalla stanza dove si è chiuso con (Dalinda vestita da) Ginevra, e lascia cadere il vestito di Ginevra sul pavimento, in segno di vittoria e di sfida. Ariodante alla fine dell’aria prende il vestito e lo indossa; sembra quasi un gesto dettato dall’affetto, come se volesse sentirsi ancora vicino a Ginevra, sentire il suo odore, ma ben presto appare chiaro che ci si sente molto a proprio agio.

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Scherza infida

Quando Ariodante torna dopo essere sopravvissuto al suo tentativo di suicidio, mentre tutti pensano sia morto, c’è grande sorpresa, a corte, e la sorpresa per il vestito da donna si mischia con la sorpresa di vederlo vivo. Verso la metà del terzo atto Ariodante compare anche senza barba, completamente trasformato in una donna. Però la recitazione della Bartoli non cambia: si muove ad ampie falcate sul palco, come un uomo. Alla fine, dopo il duetto con Ginevra, c’è un’altra serie di danze, con il coro: i ballerini sono ancora in costumi settecenteschi, come nel primo atto, mentre il coro rappresenta una festa elegante degli anni Sessanta: vestiti eleganti, gente sofisticata che beve e chiacchiera. Al progredire delle danze e dei cori, i cantanti e i ballerini iniziano a “morire” sul palco, si muovono come zombie, mentre Ariodante e Ginevra se ne vanno insieme, fermandosi sulla porta a guardare indietro come per dire “ma andate tutti all’inferno”, e scappano via insieme, due donne innamorate.

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Cecilia Bartoli (Ariodante) e Kathryn Lewek (Ginevra)

Mi è piaciuto tantissimo. Mi è piaciuto sia il concetto, sia la sua realizzazione, e, più di tutto, il fatto che sia stato realizzato nel contesto di una produzione musicale eccellente. Non si è mai sacrificata la musica per comunicare l’idea. C’erano moltissimi possibili errori banali che si potevano fare, e non li hanno fatti; non c’era volgarità, ne’ sdolcinatezze. *Ovviamente* ci sono stati alcuni momenti un po’ da oggi le comiche, *ovviamente* La Bartoli è stata sopra le righe, a tratti, ma, globalmente, il concetto che la produzione ha voluto esprimere era saldamente radicato nella musica di Handel, e ci stava a pennello.

Come ho già detto, la Bartoli è stata un grande Ariodante. Se devo fare la cagamillimetro, è vero che il suo recitare sopra le righe a volte interferisce con l’intonazione, e risulta in note un po’ crescenti. Le sento riascoltando registrazioni pirata, più che accorgermene in teatro. La sua coloratura è ancora perfetta, e i suoi trilli sono inarrivabili.

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Christophe Dumaux (Polinesso) e Kathryn Lewek (Ginevra)

Christophe Dumaux, che cantava Polinesso, si conferma il controtenore più interessante della sua generazione. La voce è scura e morbida, con un carattere fortemente virile (nonostante la tessitura femminile), la coloratura è ottima, quasi quando quella della Bartoli, e la sua interpretazione estremamente credibile. Tutte le sue arie erano da togliere il fiato, è stato assolutamente perfetto. Il suo Polinesso è uno psicopatico, un manipolatore, che finge di amare Dalinda per usarla ai suoi scopi, ma fa fatica a nascondere la sua indole violenta e criminale. Ho detto di lui che quando è sul palco si fa fatica a guardare da un’altra parte, catalizza l’attenzione. La stessa cosa ho detto della Bartoli, quindi ero veramente curiosa di vedere come avrebbero condiviso la ribalta, avrebbero tentato di mettersi in ombra? si sarebbero strappati i capelli l’un l’altra come vere prime donne? Sono stati meravigliosi. Invece di mettersi in competizione, hanno esaltato l’uno il carisma dell’altro, hanno fatto squadra. E’ stato bellissimo vederli mettere il proprio gigantesco ego al servizio di Handel.

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Christophe Dumaux (Polinesso) e Sandrine Piau (Dalinda)

Una delle sorprese più belle della serata è stata Kathryn Lewek, una giovane americana, soprano di coloratura, che cantava Ginevra. Il suo registro acuto è spettacolare, brilla di mille armonici, e le risulta facilissimo (sta facendo una carriera da regina della notte). Da lassù, la voce scende con un passaggio meravigliosamente impercettibile, e trova colori ricchi, profondi, bruniti, in un registro di mezzo sorprendentemente potente. (Se questa donna dovesse perdere gli acuti, si può tranquillamente riciclare come mezzo.) La sua recitazione è stata notevole, la sua aderenza al personaggio totale. Durante l’aria Il mio crudel martoro, che è una bellissima aria di lamento che non finisce mai, come solo Handel riesce a scriverne, si sentivano volare le mosche, il pubblico tratteneva il respiro. La devo sentire ancora.

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Kathryn Lewek (Ginevra)

Dalinda era Sandrine Piau, una cantante barocca solida, con una bella voce di soprano brillante. La sua interpretazione è stata molto convincente, e ha cantato le sue molte arie con un’emissione perfetta. In particolare, il suo Neghittosi, preso a velocità folle, è stato notevole.

Lurcanio era il tenore Norman Reinhardt, che avevo già sentito come Pollione nella Norma con la Bartoli a Parigi. Allora avevo pensato che la sua voce fosse un po’ troppo leggera per Pollione, e ora ho pensato che fosse un po’ pesante per Lurcanio. Globalmente, mi pare che Handel gli si addica di più di Bellini. La sua interpretazione è stata molto godibile, ha anche un’ottima presenza scenica e recita in maniera convincente.

Nathan Berg, come re di Scozia, è l’unico che mi ha lasciata un po’ delusa. La sua voce è, a parer mio, un po’ troppo pesante per Handel, o meglio, è l’emissione che è troppo pesante, tende a urlare. Specialmente verso la fine, strillava.

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Sandrine Piau (Dalinda) e Cecilia Bartoli (Ariodante)

L’orchestra era Les Musciens du Prince, l’ensemble barocco fondato dalla stessa Bartoli, e diretto da Gianluca Capuano. Li avevo già sentiti in Rossini, e qui mi sono piaciuti di più. Capuano ha dato un’attenta lettura dello spartito: molti dettagli erano sottolineati, le dinamiche sempre molto ragionate ed eseguite con cura, i tempi un po’ estremi (molto veloci e molto lenti), ma con dei cantanti così, ci se lo può permettere. Mi è piaciuto l’uso delle nacchere (o qualcosa con un suono molto simile) durante le danze: hanno dato un colore moderno e interessante ai balletti barocchi.

Questa è stata una delle grandi esperienze operistiche di quest’anno. Ci penserò ancora a lungo. E lo rivedo in agosto!

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3 pensieri riguardo “Ariodante – Salzburger Festspiele Pfingsten

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