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Quest’opera ha un libretto sconclusionato (“migliorabile”, come dice il mio amico Gianluca) che finisce per avere un impatto sul godimento dello spettacolo: non lo rovina, esattamente, ma sicuramente ostacola. Il ricco conte Asdrubale ospita in casa sua tre vedove che lo vogliono sposare, e i loro tre cicisbei. Preoccupato che le tre donne puntino solo alla sua fortuna, finge di aver perso tutto, e così verifica che solo Clarice (il contralto) gli vuole bene per davvero, e il suo cavalier servente Giocondo gli conferma la sua amicizia, mentre gli altri quattro se la danno a gambe. Quando poi rivela che era tutto uno scherzo, le due altre signore si infuriano e pretendono vendetta dai loro belli. Tutto ciò avviene nel primo atto. Nel second’atto, per qualche ragione il conte non ha buttato fuori di casa i quattro amici approfittatori, e altri espedienti portano la storia verso l’inevitabile lieto fine.

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Gianluca Margheri (il conte Asdrubale), Aya Wakizono (Clarice) e Maxim Mironov (Cavalier Giocondo)

Questa trama (francamente stupidina) dà a Rossini l’occasione di prendere in giro senza pietà i critici musicali; infatti uno dei personaggi è Macrobio, l’editore di una sorta di rivista musicale, che spiega come elogia o distrugge cantanti, commedie, opere a seconda delle mazzette ricevute. Diventa la vittima della più crudele rivalsa del conte Asdrubale, che finge di sfidarlo a duello fino a che Macrobio, terrorizzato, accetta di pubblicare sulla propria rivista la confessione di essere “il re degli ignoranti”.

L’azione è stata spostata negli anni Settanta, nella villa di un facoltoso conte, con piscina annessa. Gli anni Settanta sono la scusa per i costumi coloratissimi e spettacolari delle signore, e la principale funzione della piscina è di dare ai signori l’opportunità di mostrarsi in costume da bagno. La produzione di Pier Luigi Pizzi è veramente divertente, un po’ “oggi le comiche”, ma è l’opera a essere così.

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Aya Wakizono (Clarice), Marina Monzò (Donna Fulvia), Aurora Faggioli (baronessa Aspasia), Paolo Bordogna (Pacuvio) e Davide Luciano (Macrobio)

Daniele Rustioni dirigeva l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, e ha fatto un lavoro ragionevole, anche se la cosa a tratti sembrava un po’ noiosa, e forse perfino pesante; la musica è bella, anche se non è il top di Rossini.

Il conte Asdrubale era Gianluca Margheri, scritturato come sostituto di Luca Pisaroni, che è finito a cantare Maometto II in Le Siège de Corinthe, dopo il forfait di Alex Esposito. Non ha una voce bellissima, ma ha fatto la sua parte: è riuscito a portare a casa lo spettacolo. Inoltre è messo benissimo ed è una visione, in costume da bagno, che è sempre una cosa positiva, in una produzione in cui sono tutti mezzi nudi. Aveva qualche problema di intonazione all’inizio (nervi?) ma si è risolto.

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Gianluca Margheri (il conte Asdrubale)

Clarice era Aya Wakizono, che ha una voce molto bella, sa come si canta, ha un’ottima coloratura, ma non è un contralto. La parte di Clarice richiede un vero contralto, una voce centrata nel registro basso e note gravi belle potenti. La Wakizono non aveva nulla di tutto ciò, e il risultato è stato un po’ debole, sebbene la sua prestazione sia stata notevole. Cioè, non è colpa sua, se l’hanno chiamata a fare una parte da contralto.

Donna Fulvia e la baronessa Aspasia erano due ex-allieve dell’Accademia Rossiniana, che hanno cantato Il viaggio a Reims l’anno scorso: Marina Monzò e Aurora Faggioli. Monzò ha una voce gradevole, ma non troppo caratterizzata: la trovo ancora un po’ noiosa, esattamente come l’anno scorso. La voce della Faggioli è davvero brutta. Mi dispiace stroncare così una cantante giovane, ma non riesco a trovare un’altra parola: la sua voce è molto metallica, e non in senso buono. Sa cantare, è il colore della voce che è proprio brutto.

Pietra_07Maxim Mironov era il cavalier Giocondo, il cicisbeo di Clarice. E’ un tenore leggerissimo, con acuti facilissimi, buona coloratura, e una tendenza a mettere la voce nel naso, specialmente quando prova la mezza-voce. La cosa migliore che ha fatto è stata la grande aria del secondo atto: sembrava più rilassato, l’emissione era più naturale, e il risultato è stato molto buono. Ha vinto l’applausometro.

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Paolo Bordogna (Pacuvio) e Marina Monzò (Donna Fulvia)

Paolo Bordogna interpretava Pacuvio, il poeta che inventa continuamente stupide poesie. Bordogna è molto divertente, di suo, e qui saltava dentro e fuori dalla piscina, con un costume intero, scintillante, che il pubblico sembrava apprezzare molto. La voce è morbida e piacevole, ma ha problemi di intonazione qua e là.

Macrobio, il giornalista viscido, era Davide Luciano, e mi è piaciuto moltissimo: ha una voce forte e messa bene, ha un buon talento comico e la sua caratterizzazione è stata ottima. Probabilmente il migliore in campo.

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Un pensiero riguardo “La pietra del paragone – ROF 2017

  1. Dovrebbe essere una ripresa della messinscena di Pizzi del 2003 o giù di lì ma a vedere le foto di scena mi pare che sia stata ampiamente modificata. Quella di allora la trovai francamente insopportabile, leccata e insipida come non mai, con i cantanti impegnati per la maggior parte del tempo a cambiarsi d’abito piuttosto che non a tentare di dar corpo a un personaggio. D’altra parte, così come Luca Ronconi ronconeggiava altrettanto spesso Pizzi pizzeggia. Magari, però, tornandoci sopra a distanza di anni è riuscito a fare qualcosa di meglio.

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