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Il titolo di questa recensione è opera della mia amica Dehggial, era troppo ganzo per non riusarlo.

L’opera è La clemenza di Tito, di Mozart, nell’interpretazione del noto genio direttore d’orchestra Teodor Currentzis, in forma di concerto, a Brema. Il Nostro l’ha piuttosto stravolta: ha eliminato quasi tutti i recitativi secchi, e così pure uno dei momenti più belli (il terzetto alla fine del second’atto). In compenso, ha aggiunto parti a caso della messa in do minore, inserendole qua e là (da cui il “medley” di cui parla Dehggial). Dal punto di vista musicale, intellettuale, culturale, è stato uno schifo. Uno schifo molto divertente, devo dire.

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Jeanine de Bique, Anna Lucia Richter, Karina Gauvin, Stephanie d’Oustrac, Teodor Currentzis

Currentzis è sicuramente una sorta di genio. Io ero rimasta sbalordita dalla sua interpretazione di The Indian Queen, e, ora che mi ha un po’ deluso, urge un’analisi più approfondita. La caratteristica più affascinante di quest’uomo è il senso di unità che emana dalle sue rappresentazioni. Questo è un tizio che è andato in un posto (letteralmente) in mezzo al nulla, a Perm, in Siberia, portandosi dietro un gruppo di musicisti fidati, e ha messo su una sorta di setta. Una setta benigna, dedicata alla musica. La sua orchestra e il suo coro rispondono a lui, e gli uni agli altri, in maniera mai vista prima. Il coro in particolare è spettacolare: la precisione, il senso del cantare come una persona sola, o meglio, come uno strumento, suonato dal direttore, sono stupefacenti. Lo stesso Currentzis è molto coinvolgente, sul podio. Pesta i piedi (anche troppo, a volte), balla e “gioca” come un bambino con i suoi musicisti, è irresistibile. Sa di aver messo insieme un gruppo incredibile, e si mette in mostra: “Guardate che roba. Alzo un sopracciglio e tutti rispondono immediatamente. Siamo una cosa sola.” Questo tipo di rappresentazione è assolutamente irresistibile, e suscita una risposta emotiva enorme, da parte del pubblico.

Il limite di questo tipo di spettacolo è che uno finisce per guardare lui, invece di ascoltare la musica. Purtroppo, a volta si innamora di se’ stesso e diventa troppo esibizionista; questo detrae dall’esperienza musicale, secondo me. Certamente è riuscito ad attirare ai suoi concerti molte persone che non si erano mai avvicinate alla musica classica. Ma secondo me vanno a guardare il circo, non ad ascoltare Shostakovich. In generale (permettetemi un po’ di snobismo) trovo che meno si sa di musica, più si apprezzano i suoi show. Che, di suo, non è una brutta cosa, eh, per carità.

Questo è esattamente ciò che è successo a me con The Indian Queen: conosco Purcell, ma superficialmente, non è  un compositore poi così vicino al mio cuore. Quindi Currentzis ha messo insieme cose di Purcell che non dovevano stare insieme, condite dalla recitazione di poemi abbastanza insulsi. Il risultato è stato affascinante, e la mia risposta è stata molto positiva: la mia ignoranza ha giocato a mio e suo favore. Ma Mozart è un’altra cosa. Mozart è molto più vicino al mio cuore, con Wolfie non si scherza.

Rimuovere tutti i recitativi secchi dall’opera ha il risultato netto di rendere incomprensibile la storia e le motivazioni psicologiche dei personaggi. L’opera diventa un concerto di arie, e non è questo che un’opera dovrebbe essere, specialmente una con così tante sfumature psicologiche sofisticate, come Tito. La tensione emotiva si sposta dalla storia e i cantanti a Currentzis e il suo esercito. Poi c’è la messa in do minore (che cacchio c’entra?!). Sono d’accordo, la messa in do minore è meravigliosa, ma meravigliose sono anche le arie della regina della notte, perché non le aggiungiamo alla Clemenza di Tito? o al Don Giovanni, per dire. Ma che diamine, aggiungiamo la cantata 149 alla prossima rappresentazione della passione di Giovanni, è così bella! Naturalmente, se uno non ha idea di cosa sia la messa in do minore, sente musica bellissima e dice “che bello!”. Come dicevo prima: l’ignoranza gioca a suo favore.

Ma parliamo della rappresentazione. Le parti della messa hanno avuto risultati diversi. Il Laudamus te è stato francamente ridicolo, sembrava musica rock di quella brutta. Il soprano Anna Lucia Richter ha dato un’interpretazione corretta ma poco ispirata della parte vocale (difficilissima), ne è uscita viva, ma poco di più. Le parti corali sono state superbe, il Qui tollis, in particolare, ha avuto una grandissima carica emotiva, un’interpretazione fantastica. Niente a che vedere con Tito, ovviamente, ma fantastico. Nel Kyrie, Jeanine de Bique ci ha regalato un’interpretazione ispirata e spirituale del Christe eleison (magari far cantare a lei il Laudamus te, la prossima volta?). L’Osanna è stato prevedibilmente euforizzante.

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Jeanine de Bique, Teodor Currentzis, Maximilian Schmitt, Willard White

E ora parliamo di Tito, o di ciò che ne è rimasto.

Il ruolo del titolare è andato a Maximilian Schmitt, che ha una voce leggera, una tendenza a ficcarla nel naso, ma, altrimenti, è un cantante mozartiano ragionevole. Non memorabile, direi: Tito è un personaggio molto difficile da rappresentare, e ha fatto del suo meglio.

Sesto era Stephanie d’Oustrac. L’ho adorata in Médée e in Theodora, e qui ha confermato le sue qualità. Non credo Mozart sia il suo forte: le sue interpretazioni nel barocco erano più intense, secondo me, ma forse crescerà nel personaggio, nelle prossime rappresentazioni. Dopo tutto, era il suo primo approccio con Currentzis, e non credo abbiano provato un granché. La voce è morbida e rotonda, molto piacevole. Quello che mancava, secondo me, era l’impegno, non sembrava crederci del tutto.

Vitellia, la machiavellica matrona romana che induce Sesto a tradire Tito era Karina Gauvin. La cantante migliore in scena, secondo me. Un’interpretazione meravigliosa, piena di sfumature: la sua voce è riuscita a comunicare maliziosità, carica sensuale, terrore, rimorso, rimpianti, tutto.

Jeanine de Bique era Annio, un Annio soprano, che è già una stranezza in sé, ma, sinceramente, a me è sembrata una scelta migliore del solito mezzo. L’aria del secondo atto e molto alta. La sua voce mi è piaciuta molto: facile nel registro acuto, morbida e brunita in quello più grave, che cantante! Inoltre, ha già partecipato a questa Clemenza in forma scenica, a Salisburgo, quindi era molto a suo agio nella parte.

Servilia era Anna Lucia Richter, che, come ho già detto, ha una bella voce, ma non molto caratterizzata. Ha acuti facili e sicuri, ma è sembrata un po’ generica.

Publio era il veterano Willard White, che, a 70 anni suonati, ha ancora un basso tonante e gradevole, e ha dato un’interpretazione credibile del capitano della guardia.

Insomma, una serata divertente, ma che cavolo! Tito-Mozart-Medley!

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