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Il Don Carlos del secolo! Il cast era assolutamente stellare, con Jonas Kaufmann nel ruolo del titolo, e quindi non potevo mancare. Trovare i biglietti si è dimostrato più difficile del previsto, così, alla fine, dopo una mezz’ora di panico e agitazione quando si è aperta la vendita su Internet (v. “galline starnazzanti in fuga”), io e il mio amico Gianluca siamo riusciti a trovare due posti nelle file 28 e 29, all’ Opéra Bastille. Il teatro è gigantesco, siede 2800 persone, ed era stipato. Onestamente, eravamo un po’ troppo lontani, ma l’acustica si è dimostrata migliore di quanto mi aspettassi, e si sentiva bene. I posti erano su un cosiddetto strapountin, un sedile pieghevole “aggiunto” alla fine della fila, un po’ scomodi per un affare di quasi 5 ore, ma non lamentiamoci troppo. Dopo tutto avevamo i biglietti, c’erano così tante persone fuori a cercare un biglietto all’ultimo minuto…

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Sonya Yoncheva (Elisabetta) e Ildar Abdrazakov (Filippo II)
Dame di compagnia della regina sullo sfondo

E’ stato veramente un evento, nel mondo della lirica, e avrebbe meritato produzione migliore. La produzione, di Krzysztof Warlikowski, è stata probabilmente la più brutta che ho mai visto, quasi a pari merito con La Favorita di Monaco la stagione scorsa. La trama del Don Carlos è fortemente inserita nella Storia: i personaggi sono Filippo secondo di Spagna, suo figlio Don Carlos, sua moglie Elisabetta di Valois, figlia del re di Francia. La trama è ovviamente immaginaria, ma i personaggi, e tutta l’atmosfera e gli eventi circostanti, sono profondamente radicati nella Spagna del tardo 1500: la guerra con la Francia, la lotta contro il protestantesimo, l’inquisizione. E invece, indovinate un po’? Ma certo! Questo originale, audace, immaginifico genio di un regista ha spostato l’azione in un altro periodo storico! Non è chiarissimo quale sia, questo periodo storico, tra l’altro: i costumi dei regnanti mi ricordavano il tardo ‘800, tipo vittoriani, o asburgici. Ma la gente comune era vestita più in stile anni Cinquanta. In ogni caso, un periodo storico in cui tutto quello che succede in scena non ha assolutamente senso.

Psicologicamente, l’azione era incentrata sulla lotta interiore di Don Carlos stesso, il che va bene, perché Kaufmann è bravissimo a rappresentare il giovine tormentato e fragile (da questo lato, sarebbe un ottimo Werther), ma non è un punto di vista particolarmente originale. Filippo II è rappresentato come un alcolizzato, Eboli fuma come un turco, e il Grande Inquisitore sembra Al Capone. (Tutte queste cose, ovviamente, sono totalmente a casaccio, e non sembrano servire ad alcuno scopo.)

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Primo atto

Le scene erano brutte, di una bruttezza rara, aiutami a di’ brutte. Ci vuole concentrazione e duro lavoro per riuscire a produrre ogni scena più brutta della precedente per cinque ore di fila. Il palcoscenico (che è enorme, all’ Opéra Bastille) era spesso pressoché vuoto, con oggetti casuali spersi: un cavallo finto, un tavolo, un lettino. Gabbie fatte di rete metallica fitta comparivano, contenenti i monaci, e poi Kaufmann, quando Don Carlos è in prigione, e poi contenenti Elisabetta e la Corte, quando il popolo è in rivolta contro il re, nel quarto atto.

La scena che apre il second’atto, quando Eboli canta la canzone del velo, dovrebbe essere in un giardino del palazzo reale, ma è invece in una palestra di scherma, dove le “dame di compagnia” sono molestate da una Eboli dominatrix con preferenze lesbiche, in questo momento della storia (tra una sigaretta e l’altra). Eboli è anche mostrata addormentata su una poltrona nella camera del re, quando lui canta “Ella giammai m’amò” all’inizio del quarto atto, e spinta velocemente fuori dalla porta quando viene annunciato Al Capone, cioè il Grande Inquisitore.

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Ildar Abdrazakov (Filippo II) and Dmitry Belosselskiy (Il Grande Inquisitore)

Poi c’erano i video disturbanti proiettati sul palco: un video di “rumore luminoso di fondo” sovrapposto a diverse scene (i granellini e le particelle tipiche dei vecchi film), e poi video di primissimi piani dei cantanti, con espressioni molto intense; forse un modo di rappresentare le loro emozioni, visto che, evidentemente, Verdi non c’è riuscito un granché, secondo il nostro genio registico.

Niente aveva senso, niente aggiungeva alcunché all’esperienza, niente era gradevole da guardare. Un fallimento completo. Risvolto positivo: niente interferisce con l’esperienza musicale, e questo è il meglio che si possa sperare, di questi tempi.

Ora però voglio parlare della musica, che è stata INCREDIBILE. L’orchestra è stata  potente, guidata con maestria da Philippe Jordan, che è riuscito a trascinare lo spettacolo senza mai un momento di stanca. Ha mostrato una grande capacità di comunicazione con i cantanti; un po’ troppo energico forse (scriverei “bandistico” ma sarebbe troppo), ma dopo tutto è Verdi. Era la versione in francese, e devo dire che Verdi in francese suona diverso. La lingua francese non si adatta molto alla musica secondo me.

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L’Autodafé.

Jonas Kaufmann è in forma splendida: acuti bellissimi, grande proiezione, interpretazione ragionata e intensa. E i suoi diminuendi caratteristici, i suoi meravigliosi pianissimi, assolutamente perfetti. Don Carlos si addice molto alla sua voce, e lui negli anni, con l’esperienza nel ruolo, ha calibrato tutti gli accenti, i leggeri tremolii della voce, la fragilità, lo scoppio di orgoglio contro suo padre, il dolore lacerante alla morte di Posa. Il suo Don Carlos è risultato il personaggio più credibile e più umano.

Posa era Ludovic Tézier, che sentivo dal vivo per la prima volta, e sono rimasta folgorata! La voce ha un colore vellutato, profondamente nobile: entra in scena, apre la bocca, e si capisce immediatamente che questo è un uomo che merita la nostra fiducia e il nostro affetto. (Sarebbe veramente interessante sentirlo in un ruolo di “cattivo”, Iago, o anche Macbeth, e vedere come se la cava.) La sua prestazione è stata un crescendo perfetto, culminato in una stupenda scena della morte, dove NON HA RESPIRATO MAI. E dico mai. A ogni chiusura di frase te dici “ora respira” e invece no. Se mi leggete saprete che io sono ossessionata col respiro, e questo cantante è un assoluto Maestro. Le sue frasi lunghissime, che pure contenevano fraseggio, e dinamiche, e interpretazione, mi hanno colpito il cuore. Sembrava che la musica fluisse attraverso di lui, piuttosto che essere lui a produrla.

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La morte di Posa

Veniamo a Elīna Garanča come Eboli, che io avevo già sentito ne La favorita a Monaco (i casi sono due: o è molto sfortunata, o è un magnete per le produzioni orrende), e, sebbene avessi ammirato la sua voce, l’avevo trovata fredda e non immersa nel personaggio. E ieri sera ha completamente rivoltato la frittata! La sua interpretazione è stata intensa, convinta, emotiva, mi ha veramente colpito. La sua prova, come quella di Tezier, è stata un incredibile crescendo, dalla canzone del velo, in cui è stata bravissima nei trilli e nelle roulades, al trio furioso in cui Don Carlos la rifiuta, fino a un meraviglioso “Don fatale”. L’esplosione iniziale è stata potente nella sua disperazione, le sue maledizioni terrificanti e piene d’orrore. Quando è arrivata alla parte più malinconica, in cui chiede perdono alla regina, il suo legato perfetto, inarrestabile è traboccato su tutti noi, in un’ondata di emozioni. L’esplosione di applausi, urli e ululati da parte del pubblico alla fine di quest’aria l’hanno incoronata come la regina della serata, prima inter pares.

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Ella giammai m’amò

Filippo secondo era Ildar Abdrazakov, che ho già sentito in questo ruolo a Milano. Ieri sera ha confermato il suo status come probabile miglior Filippo II in vita oggigiorno. La voce è bellissima, profonda, ben supportata da un’ottima tecnica. La sua interpretazione è stata credibile e intensa, oltretutto ha il physique du rôle, per un alcolizzato violento che cerca ti tirare il collo a sua moglie. Il suo “Ella giammai m’amò” è stato commovente e pieno d’emozione, e il confronto con il Grande Inquisitore impressionante.

Il Grande Inquisitore, Dmitry Belosselskiy, è stato all’altezza del ruolo, con una voce di basso profondo, anche se l’interpretazione non aveva la miscela di fragilità e autorità che siamo soliti collegare a questo personaggio. Questo era anche dovuto all’immagine da capo-mafia che il regista genio ha immaginato per lui. Comunque la voce era buona.

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Elīna Garanča (Eboli) e Jonas Kaufmann (Don Carlos)

E veniamo ora a Sonya Yoncheva, Elisabetta di Valois, che, ahimè, non era all’altezza degli altri colleghi. Il mio amico Gianluca è stato anche più feroce di me sulla Yoncheva, ma anch’io devo ammettere che non è stata all’altezza, non con un resto del cast di questo livello. Gli acuti erano spesso un po’ stiracchiati, si sentiva lo sforzo. La risoluzione del passaggio alto non era sufficiente. Non ha fatto male, eh, è solo che, secondo noi, Elisabetta di Valois non è un ruolo che le si addica, è troppo difficile. Ha fatto alcune cose molto belle, come il duetto finale con Don Carlos, dove lei e Kaufmann hanno tirato fuori un pianissimo assolutamente meraviglioso, perfetto. E’ nelle parti più sfogate che non ce la fa tanto bene.

Tutti i ruoli “minori” erano cantati in maniera più che adeguata e godibile, menzione d’onore per Silga Tīruma, che ha cantato la voce dal cielo con timbro celestiale e un volume e proiezione notevoli.

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Jonas Kaufmann (Don Carlos) and Ludovic Tézier (Posa)

E l’ultimo commento è per il pubblico parigino, che il diavolo se li porti, loro e la loro tosse. Io non ho mai sentito un teatro in cui si tossisse la metà di quanto hanno fatto ieri sera, è stato UN CONTINUO. Ho un po’ di esperienza, con la gente che tossisce a teatro, e vi posso dire che questi non erano gli attacchi di tosse impossibili da trattenere che, ahinoi, colpiscono tutti di tanto in tanto. Questi erano il paio di colpi di tosse che si fanno quando si è annoiati, e non si ha alcuna idea che non è il caso di rompere le balle a un teatro intero. C’era gente che si schiariva la voce porca miseria, ma per quale ragione? Devi parlare?!? NO! E allora cosa cacchio ti schiarisci la voce?!? Li ho odiati, gli avrei ficcato il programma di sala in gola. E adesso tossisci, testa di minchia.

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